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Dati Rilettura esperienze d'accoglienza Casa MeulÏ



Ottobre 1995 - Aprile 2005
Casa Meulì, vorrebbe essere un comune - inteso come familiare e normale- spazio di accoglienza della vita nelle varie forme di abbandono, "per contestare le varie forme di disagio sociale attraverso la promozione di genere; favorire l'inserimento attivo e responsabile nel tessuto sociale la donna ed il raggiungimento dell'autonomia, anche in quanto madre; rifuggire dall'ottica dell'assistenzialismo assumendo la condivisione e la quotidianità come stile di vita" (cfr Statuto dell'associazione).
Dalla sua costituzione, nel giugno '95, l'Associazione e la comunità dicono di sé che "attraverso la quotidianità della vita ha intrecciato piccole e grandi storie di accoglienza e di collaborazione nel territorio con pubblico e privato.
Abitare insieme anche tra laici e suore con persone in accoglienza, ha permesso di riconoscere e cercare di affrontare, se non proprio superare, pre-comprensioni e pregiudizi; scambiare e confrontarsi sul lavoro sociale e la sua etica.
Questi anni di accoglienza sono stati segnati dal cambiamento che ha posto i membri dell'associazione e l'equipe del servizio in una dinamica di continua ricerca soprattutto volta ad un maggiore radicamento nel contesto culturale e sociale lamentino e calabrese; nel delicato tentativo di accompagnare l'evoluzione strutturale-organizzativa richiesta, ma salvaguardando l'opportunità di offrire un'esperienza di convivenza sociale la più vicina possibile al desiderio di ciascuno: potersi ritrovare comprendendo il senso della propria esistenza.
I cambiamenti che abbiamo riconosciuto essere stati significativi durante il corso l'esperienza del servizio di accoglienza, riguardano

- Le variazioni incontrate nel tempo, nel territorio, nei riferimenti legislativi;
- Le rilevazioni dei dati delle accoglienze effettivamente ospitate;
- Le rilevazioni dei dati relativi alle richieste ricevute in questi anni di servizio.
Le variazioni incontrate nel tempo, nel territorio, nel riferimenti legislativi nell'esperienza del servizio.

• Il trasferimento della sede operativa della comunità dell'Associazione: da una capienza di tre persone ad otto persone accolte autorizzate; da un appartamento condominiale ad una abitazione autonoma.

Il targhet della comunità di accoglienza
Dal '95 al '99 la richiesta e l'attività di accoglienza della comunità è stata caratterizzata prevalentemente da presenze di gestanti, neonati esposti accolti in comunità o in famiglie integrate per evitare il prolungamento dell'ospedalizzazione in caso di provvedimento di affido pre-adottivo. L'accoglienza mista adulti e minori era consentita dalle normative regionali.
Dal '00 con l'autorizzazione della comunità a struttura di accoglienza per "donne in difficoltà con o senza figli, gestanti", la comunità non ha più accolto minori soli autorizzati, ma si è posta, all'occasione, mediazione tra il servizio sociale della Provincia, dei Comuni e del Tribunale - a cui compete di provvedere la cura di neonati esposti- per segnalare eventuali famiglie disponibili all'esperienza di affidi a tempi brevi.
In situazioni di volta in volta valutate con l'istituzione competente si sono realizzate esperienze di affidi in comunità con la presa in carico personale.
Le richieste di tali esperienze sono sempre più frequenti anche perchè c'è un dato da non sottovalutare nella cultura del nostro territori:
la famiglia calabrese esprime accoglienza ed ospitalità, ma fatica nell'esperienza dell'extrafamiliarità dei minori.

L'aumento di offerta residenziale sul territorio
L'incremento di strutture residenziali sul territorio regionale per donne in difficoltà, e la riconversione di Istituti in case di accoglienza e casa famiglia -per adeguamenti legislativi in materia- in questi ultimi otto anni, ha reso quasi autonoma nelle risposte ogni Provincia e, in qualche caso anche alcuni Comuni.

La presenza sul territorio
Il bacino d'utenza del Servizio è regionale, privilegiando fino al '02, anche in forza di una convenzione, le richieste del Comune di Lamezia Terme.
Questo permetteva, là dove era possibile, di mantenere rapporti anche dopo la dimissione dalla comunità, favoriti anche dall'informalità e dall'abitare lo stesso territorio, usufruire degli stessi servizi.
In questi ultimi anni, venuto sempre diminuendo il canale formale dell'accoglienza di persone residenti nel Comune, si sta verificando un processo di richiesta di sostegno alla maternità e/o alla famiglia da parte di chi è in stato di indigenza, che privilegia i canali della non istituzionalizzazione, ma della domiciliarità; della non presa in carico totale, ma di interventi parziali mirati, almeno nella fase di richiesta.

Le rilevazioni dei dati delle accoglienze effettivamente ospitate
La rilettura delle cartelle personali custodite nell' archivio del servizio di accoglienza - dall'ottobre '95 all'aprile '05 - è stata effettuata considerando
- i dati anagrafici (età all'accoglienza, stato civile, maternità)
- i dati personali (scolarizzazione, istituzionalizzazione, esperienze lavorative, definizione del disagio, dati sanitari)
- i dati di accoglienza (servizi invianti, tipologia della richiesta, tempo di permanenza proposto ed effettivo, dimissioni).
Nell'arco di tempo considerato, le persone accolte in comunità risultano essere state complessivamente n. 165:
N. 35 gestanti di cui n. 8 minorenni
N. 21 donne sole
N. 32 donne con figli;
per un totale di N. 88 donne accolte;
N. 56 minori accolti con la madre (d'età compresa tra 0 e 11 anni)
N. 21 minori soli (d'età compresa tra 0 e 11 anni)
per un totale di N. 77 minori accolti, (n. 10 neonati esposti, n. 5 sono bambini rimasti in comunità a causa dell'allontanamento della madre dalla struttura).
N. 6 sono state le donne ritornate in comunità più di una volta con richieste spesso differenti, in tempi e per permanenze diverse;
N. 12 donne accolte avevano figli in affido, n. 4 di loro con più di un figlio;
N. 5 donne accolte avevano uno o più figli in adozione;
N. 6 donne accolte avevano uno o più figli in istituto.

La tipologia all'accoglienza sembra gravitare maggiormente intorno alla necessità di
1) accompagnamento nella gravidanza e al parto pari al 39% delle accoglienze di cui il 70% per il riconoscimento ed il 30% per il non riconoscimento. Questa tipologia ha avuto una concentrazione più massiccia negli anni dal '95 al '00, con permanenze più brevi per un periodo da uno a tre mesi (negli anni '95-'00 l'87,5%; negli anni '00-'02 l'85 %; negli anni '03-'05 il 44%);
2) valutazione personale, accompagnamento all'autonomia (26% delle accoglienze)
3) valutazione delle capacità genitoriali (17% delle accoglienze)
Queste ultime due tipologie hanno richiesto un periodo di accoglienza più lungo, dai tre-sei mesi in poi.
4) accoglienze per interventi di protezione (15%);
5) passaggio intermedio in comunità (3%)
anche queste ultime due tipologie si sono presentate con più frequenza nei primi anni dell'esperienza comunitaria.

L'età delle donne accolte, nel corso degli anni è rappresentata per
- Il 37 % nella fascia d'età tra i 19-25 anni;
- il 32% tre i 26-30 anni,
- il 9% minorenni gestanti
- il 22% oltre i 31 anni.
La situazioni di disagio personali risultano essere sempre più complesse; sommano spesso diverse forme di disagio (economico 32%, sociale 52%, relazionale 45 %).
Si registra un progressivo malessere psicologico che finisce per diventare uno stato psichiatrico conclamato, che spesso cronicizzata risposte assistenzialistiche e poi sanitarie.
Questo dato sembra essere comprovato dal fatto che il 43% delle richieste pervengono dai servizi A.S.L., il 32% dai Servizi Sociali del Comune, il 10% dai Servizi della Provincia, l'8% dalla Pubblica Sicurezza, ed il 7% da altri.
I dati sanitari registrati, rilevano che l'11% delle persone accolte ha diagnosi psichiatriche (numericamente concentrate soprattutto negli ultimi due anni di servizio); il 10% diagnosi psicologiche; il 5% dipendenza da alcool.
Spesso sono compresenti: una lieve insufficienza mentale, una non adeguata autonomia personale, una diagnosi psichiatrica e/o psicologica, si ha una significativa percentuale di donne estremamente vulnerabili che difficilmente potranno accedere all'integrazione sociale attraverso l'inserimento lavorativo. Il dato relativo alla disoccupazione - del 92% - rischia di perdurare nel tempo, se non si prenderanno in considerazione possibilità occupazionali protette. Diversamente si resterà in presenza di un precariato (33%) delle donne con esperienze di lavoro a cui spesso segue l' frequente interruzione volontaria del lavoro (25%) per instabilità personale ed esperienza di non adeguatezza.
La problematica relazionale, il disagio sociale ed economico sono anche i dati più significativi che interessano la lettura del nucleo familiare di appartenenza delle persone accolte.
La qualità delle relazioni tra fratelli è segnata dalla conflittualità per il 66% delle accoglienze; il 24% da rapporti inesistenti e solo per il 10% si rileva un rapporto significativo inteso come continuità di relazione, rapporto di aiuto, tolleranza della situazione di disagio e non esclusione dalla famiglia.
Il fenomeno del ritorno in comunità, (chi per due, tre volte, il ...%) delle persone già accolte nella nostra comunità o spesso in tante altre strutture, è un dato che interpella in riferimento
- al permanere di alcune persone in uno stato di disagio alternando fasi più o meno acute;
- alla scarsa incisività dell'offerta comunitaria sulla diversa qualità della vita;
- sull'esperienza di legami affettivi, di riferimento (per richiede di tornare da no) che connotano uno stato di accoglienza sperimentato, nonostante non si siano posti significativi e/o auspicati cambiamenti di vita;
- sui nostri parametri di cambiamento per considerare una possibilità di integrazione sociale.

Concretamente, il 23% delle accoglienze risulta aver interrotto l'esperienza comunitaria per la non assunzione di un "altra normalità" a loro proposta e non accolta; il 30% perché la criticità del loro passato non ha avuto la meglio rispetto alla sofferta ma certa e nota esperienza di appartenere a qualcuno a qualunque costo e quindi fanno rientro nei loro nuclei familiari o nelle situazioni dalle quali si sono allontanate, con problematiche irrisolte, spesso solo negate, rimosse.
Là dove c'è libertà (allontanamento consenziente), decisionalità di entrare in comunità, intenzionalità espressa e volta alla risoluzione della propria esperienza di malessere, di disagio, non sempre sembra corrispondere il raggiungimento dell'obiettivo e di un cambiamento di vita.
D'altro canto, la stessa considerazione può essere riferita all'allontanamento coatto: la costrizione, l'intervento giudiziario non basta per avviare un processo tale da permettere l'accettazione della propria storia, il riconoscimento della propria storia, la progettazione del futuro vivendo il presente..
L'esperienza di istituzionalizzazione risulta essere comune a molte delle persone accolte:
il 35% delle accoglienze, nelle loro diverse età della vita:
nell'infanzia il 7%;
nell'adolescenza il 15%,
in età adulta il 12%, per molte di esse anche in più momenti della vita.

L'esperienza diffusa di forme istituzionali di assistenza, può aver favorito la scolarizzazione, il conseguimento del titolo di studio a diversi livelli:
la licenza media è stata perseguita dal 59% delle persone accolte;
la licenza Media superiore dal 18%;
la licenza elementare dal 22%,
l'1% risulta essere analfabeta, ma si rileva realmente un diffuso analfabetismo di ritorno.

Le rilevazioni dei dati relativi alle richieste ricevute in questi anni di servizio

Le richieste di disponibilità all'accoglienza pervenute negli anni dell'attività
di accoglienza del servizio sono 210.
Le considerazioni a riguardo fanno rilevare
- un maggior numero di richieste di inserimento che permetta una continuità abitativa e di contatto con il territorio di appartenenza per i legami ed i vincoli con il proprio ambiente;
- un aumento della pluriproblematicità delle persone accolte;
- una maggior frequenza di persone con stati depressivi e/o seguite anche terapeuticamente dai Centri di salute mentale o dai reparti psichiatrici;
- una limitata autonomia personale che condizionano i processi di integrazione e necessitano di risorse mirate;
- un aumento esplicito di richieste di valutazione delle capacità genitoriali, soprattutto come mandato del Tribunale per i minori;
- una richiesta di permanenze più lunghe;
- la richiesta di accoglienze per misure alternative al carcere o alla messa alla prova;
- una conoscenza superficiale del caso alla segnalazione; alla nostra richiesta di prassi di accoglienza (relazione, progetto massimale) segue la sospensione della comunicazione ed i servizi spesso innescano al ricerca di Enti con disponibilità meno esigenti o fasi preliminari meno analitiche.

Questo non ci fa desistere nella nostra prassi, ma ci fa porre in stato di ricerca e di crescita di professionalità reciproca con i Servizi sociali.
Le vite delle donne che abbiamo conosciuto non possono essere comprese senza considerare il contesto culturale che continua a lasciare la donna ai margini, la relega a ruoli secondari, la riconosce difficilmente portatrice di risorse.
La donna stessa al Sud si colloca in un ruolo di dipendenza nel quale spesso vuole rimanere come se fosse un modo certo per definire la sua identità ed il suo bisogno di appartenenza,.
La lettura di questo spaccato di realtà potrebbe essere segnato dalla speranza se uscissimo dall'ottica dell'emergenza e dei luoghi comuni per capire e dare a ciascuno il suo posto nella società, "perché i fragili non si perdano".
Per meglio comprendere questa realtà di genere si è organizzato, nel 2002-2003 un ciclo di seminari intitolato "Quando la povertà è donna" per comprendere meglio il contesto territoriale ed i suoi bisogni al fine di ri-calibrare, se ne fosse necessario, la tipologia d'accoglienza o le risposte offerte data la situazione estremamente mutevole registrata. Questo momento è stato significativo soprattutto per lo scambio di esperienze in ambito educativo-assistenziale in Regione e per l'apporto scientifico offerto dai relatori intervenuti. La sfida era quella di essere ponte fra le diverse realtà che si impegnano, anche se con modalità diverse e tra pubblico e privato, nella costruzione di una società che ponga al centro la persona.
"Chissà che non sia proprio la storia difficile, a volte disperata di qualcuno ad essere scelta come simbolo di vita e di libertà. Forse è un sogno, ma abbiamo bisogno di sogni per affrontare la vita di tutti i giorni" (da Con i vulnerabili, CNCA 2202).

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